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Sport e Motori nella storia

(25 dicembre 2015) – Mathieu Baumel è il navigatore di  Nasser Al-Attiyah (nella foto)Foto News 25 dicembre 2015. Assieme, hanno inciso sul mondo delle lunghe gare di cross-country rally con la  MINI ALL4 Racing, vincendo il Dakar Rally 2015 e, nella stessa stagione, la  FIA World Cup.

E’ Baumel che qui di seguito ci dà le “note” del Dakar Rally 2016.

“Sapevamo tutti che sarebbe stata una gara più complicata, dopo il ritiro del Perù. La ragione risiede nel fatto che rimarremo in aree dell’Argentina che abbiamo visto negli anni precedenti, e le cose si faranno difficili perché gli organizzatori cercheranno di proporre nuovi percorsi fuori-pista e nuovi luoghi di navigazione. Il che renderà le cose più complicate per i navigatori, che non avranno la possibilità di mettere a frutto l’esperienza accumulata in anni precedenti, bisognerà scoprire tutto di prima mano”.

“Il fatto che si sia abbandonata l’idea di gareggiare in Perù per motivi relativi al clima rappresenta un problema?”

“Mi è dispiaciuto apprendere che il Perù non avrebbe ospitato parte della Dakar perché le dune ed i tratti sabbiosi sono un ottimo terreno, per me e Nasser: è un tipo di superficie sulla quale siamo molto veloci. Non ci saranno, e la cosa renderà la gara un po’ più difficile per noi. Osservando il percorso si può capire che avremo tre diverse parti. La prima, in Argentina, sarà la meno impegnativa. I quattro o cinque giorni in altura saranno difficili a livello fisico per molti equipaggi. La seconda settimana di gara sarà la più complessa per quello che concerne la navigazione e qui, suppongo, molte cose accadranno, per ciò che riguarda la classifica”.

“I piloti sostengono che la Dakar sia il più impegnativo tra tutti i rally disegnati su lunghe distanze. E’ anche l’opinione dei navigatori?”

“La Dakar è la competizione più difficile al mondo. E’ lunga, è difficile, è ogni cosa in una sola gara. La navigazione non sarà semplice; per il pilota le cose si fanno difficili quando si affronta un tracciato veloce, uno tortuoso, uno sabbioso, le dune, i burroni… ogni tipo di terreno sul quale capita di gareggiare, qui e là per il mondo, lo si ritrova qui,  in una sola gara. A mio avviso, è per questo che la Dakar merita di essere intesa come la migliore a cui prendere parte. Una prova nella quale si deve garantire il proprio meglio contro chi precede e chi segue per un tempo molto lungo”.

“La prima tappa del secondo giorno inizia con 404 chilometri stradali. Un bene o un male?

“Prima del rally, cerchiamo di immaginare dove si snoderanno le tappe, su strada e fuori strada. Percorrendo le strade principali ci si può rilassare, prendersela un po’ comoda, essere tranquilli, fare con calma. Ciò prepara gli equipaggi alla successiva sessione di speciali. Però, è solo lavoro di immaginazione, perché nessuno conosce il percorso del giorno di gara fino alla notte precedente, ed è quello il momento nel quale io devo fare i compiti. Ecco perché è importante ricordare sezioni dell’anno prima, nel caso in cui parte di esse siano utilizzate di nuovo”.

“La tappa 4 è una tappa-maratona, dove solo gli equipaggi sono abilitati a operare sulla vettura dopo il completamento del percorso. Vi siete divisi i compiti?”

“Abbiamo seguito un addestramento meccanico specifico. L’ultimo qualche settimana fa sempre con i tecnici di  X-raid per sapere esattamente cosa fare e quando nel corso di una tappa e della tappa-maratona. Tutto è stato preparato in modo da essere in grado, per esempio, cambiare un albero di trasmissione,  disconnettere il cambio se ce n’è bisogno. Ed altro, se sorge un problema. Portiamo con noi molte parti di ricambio ma non un cambio: troppo grande”.

“Le tappe 5, 6 e 7 porteranno il rally ad alta quota. Cosa si può fare, per ridurre al minimo gli inconvenienti prodotti dalla rarefazione dell’aria?”

“Di sicuro se si perde capacità di concentrazione, se si soffrire di mal di testa, se ci si sente male è un problema. Quest’anno ci saranno due giorni in più, in altitudine; quindi, la preparazione è stata  molto importante. Abbiamo effettuato una buon training specifico, usando una camera speciale dove riprodurre le condizioni alle quali gareggeremo. Si può dormire a 2500 metri, a 3000 o all’altezza richiesta. E’ un aiuto perché prepara il sangue a ricevere meno ossigeno. Gareggeremo ad altezze comprese tra 3000 e 5000 metri, e si tratterà di una condizione molto, molto difficile per il fisico”.

“La tappa numero 10 (giorno 12) vi proporrà condizioni di gran caldo ed un totale di 763 chilometri da coprire. Sarà difficile affrontarla?

“Nel corso degli anni, con Nasser abbiamo guidato moltissime volte nel deserto, con temperature esterne tra i 40 ed i 50 gradi. Potete immaginare quale sia la condizione all’interno di una  MINI ALL4 Racing. Fortunatamente, l’avere esperienza di gare con gran caldo significa essere più abituati di altri nel far fronte alle condizioni. Inoltre Nasser vive in Qatar, e perciò conosce bene cosa significhi avere a che fare con temperature alte. Il suo fisico si adatta facilmente. Può rappresentare un vantaggio nei confronti di concorrenti che non ci sono abituati, e che magari inizieranno a rallentare quando Nasser potrà spingere ancora più forte”.

La tappa 13 (giorno 15) è l’ultima del Rally Dakar. Quali pensieri attraversano la mente, prima della partenza?

“Come in un qualunque altro giorno. Ci prepareremo nello stesso modo di sempre, perché una gara non finisce mai prima dell’ultimo traguardo. Se ti trovi al comando, sei  preoccupato all’idea che qualcosa possa andare storto, e così si procede appena un po’ più piano, attenti a non commettere errori. E’ uno stato di grande difficoltà mentale, perché si teme sempre che qualcuno degli avversari spinga davvero come non mai, senza curarsi dei rischi, per recuperare terreno. E’ esattamente quello che è successo lo scorso anno, ed è mentalmente una gran fatica. Se invece staremo inseguendo, non ci porremo domande: spingeremo, e spingeremo, e spingeremo ancora di più per conquistare la vittoria”. 

“Quanto è difficile la Dakar, dal punto di vista fisico, per un navigatore?”

“Non è facile per lui. Quando legge le note, non è in grado di tener d’occhio ciò che succede davanti. Il pilota si può reggere al volante e sostenere così la parte superiore del corpo aiutandosi in tal modo anche con il sedile, ma un navigatore in mano non ha altro che un libro. Ecco perché è più difficile, per noi, nelle frenate, nei salti, o quando si urta un ostacolo: dato che guardiamo in basso, non siamo in grado di prepararci per l’impatto. Ciò comporta il fatto che il collo e la testa del navigatore soffrano movimenti violenti. Per fortuna X-raid dispone di un team di fisioterapisti pronti ad aiutarci a recuperare”. 

“Perché Mathieu Baumel ha scelto di gareggiare come navigatore, e non pilota?

“Ho iniziato la carriera di navigatore dopo un incidente capitato sciando. Il medico mi disse allora che non sarei più stato in condizione di essere competitivo sugli sci, e mi ha suggerito di cercare uno sport differente. Un mio amico gareggiava nei rally, come pilota, e mi chiese di provare a sedermi sul seggiolino accanto ed imparare dei rally ciò che poteva essere utile per diventare pilota. Però siamo diventati competitivi, ed allora ho pensato che forse non sarei diventato abbastanza bravo da propormi come pilota, ed ho continuato come navigatore. Una decisione saggia, come la carriera ha poi confermato”.

D: c’è un qualche portafortuna che porti con te in gara o qualche scaramanzia?

“No. Però, prima di ogni gara, cerco di ascoltare un brano musicale che mi piaccia particolarmente. Lo stesso brano tutti i giorni. Non uno in particolare. Magari lo ascolto alla radio, mi piace e mi resta impresso. O può essere una canzone che mi ha proposto mio figlio: chiedo sempre che mi si prepari una compilation da portare con me. Può trattarsi di una di quelle canzoni. Può essere un brano rock, o pop. O qualunque altro tipo di musica”.

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